Ma siamo sicuri che tutti cerchino un lavoro?

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Della gente a casa da lavorare, soprattutto gli over che si vergognano a guardare in faccia i propri figli perché ne temono il giudizio, io ho profondo rispetto. Perché credo che il senso di impotenza che hanno addosso sia incommensurabile, insieme alla sensazione di non essere all’altezza di un mondo che vorrebbe che i figli di tutti facessero Università, Master, percorsi iper specializzati e costosi, che non tutti possono permettersi. Però poi capitano situazioni al contrario che fanno riflettere. Perché ci sono anche giovani così convinti di dover avere un destino speciale da non volersi adeguare a nulla e reputano tutto troppo poco. Nei giorni scorsi mi ha colpito il racconto di un’ amica. In sintesi, un suo conoscente, 39enne, che lei credeva in difficoltà, aveva fatto un colloquio in una struttura nel campo della formazione professionale, dove spesso partono progetti ad hoc. Sulla carta questo aveva parecchi requisiti: diploma, conoscenza delle lingue, specializzazioni varie. E a dire suo era in cerca di lavoro. Ebbene, l’incontro si è chiuso con una richiesta di disponibilità allo spostamento – 90 chilometri – ma con una possibilità di alloggio. Il tutto ovviamente, nel caso in cui i nuovi progetti fossero decollati. ‘Mica male’, uno sano di mente direbbe. E invece la risposta, dopo qualche giorno di riflessione, è stata un bel no! E con quale giustificazione? ‘Non so bene cosa è meglio per me, quindi, visto che lei non mi assumerebbe fino al 2015, parto un mese per l’Africa a fare il volontario. Ci sentiamo prima di Natale’. Io, da imprenditore, dico che se uno mi dà una risposta così di lavorare non ne ha voglia e se anche mi richiama dico che lo ritengo inaffidabile. E il mio contatto se lo scorda di sicuro. Però questa gente penalizza chi purtroppo ha necessità vere. Eppure, sempre da imprenditore giuro che situazioni di questo tipo – anche se questa è paradossale – si incontrano. Ragazzi che al primo colloquio trattano sul primo stipendio, che chiariscono che non staranno in ufficio un minuto in più dell’orario stabilito da contratto perché è nei loro diritti, che ti chiedono quando scatterà il tempo indeterminato. Che mentre di parlano ti accusano! Come se tu dovessi approfittarti di loro. E ne sento tra colleghi di queste situazioni. E di chi è la colpa? Forse del parlare sempre di crisi, che induce i giovani – che poi dai 30 anni in su non lo si è più – a pensare di essere degli ‘sfigati’ e anche ad approfittarne un po’. E un po’ è colpa anche delle famiglie, dei genitori, che nel desiderare il meglio per i figli reclamano per loro situazioni oggi anacronistiche, di stabilità per la vita, ancorate al passato, che però oggi non reggono perché il mondo intanto è cambiato! Se ci fosse più voglia di imparare, di competere, dimostrando fiducia, un po’ di crisi secondo me l’avremmo superata.

Massimo Boraso